Leggi Giovane

Provo a pensare, cose possibili da dire a chi pare faccia più fatica a sentire. A chi se ne frega delle terapie intensive e dei decreti. Ai GIOVANI disinteressati. Non abbiamo tempo e nemmeno la sicurezza che apprendano il senso civico in fretta ammesso che ne abbiamo mai sentito parlare!

Rimettetevi in CHAT come i primi mesi che siete entrati in possesso del cellulare.Giocate alla PLAY online visto che avete obbligato le vostre famiglie a sottoscrivere abbonamenti fibra illimitati.Non smezzatevi le SIGARETTE.Fatevi una CANNA in solitaria, almeno siete sicuri di non timbrare.Non scambiatevi i BICCHIERI.Rinunciate allo STRUSCIO. Fatevi attendere dal BRANCO e dalla TIPA. Non mangiatevi le unghie perché tanto l’ANSIA che avete ora fra qualche anno vi farà sorridere. LAVATEVI perché il Grunge di Kurt Cobain è roba dei vostri genitori.PROVATE IL BRIVIDO di stare alle REGOLE!

STATE IN CASA.

Voglio essere onesta: a casa si possono fare un sacco di cose: studiare, lavorare, riordinare, creare, cucinare, dormire,scrivere, sognare.

Di giorno in giorno sembra sempre più necessario riuscire a trovare e trovarsi un diversivo, un modo per ingannare il tempo ma io non l’ho mai saputo fare e in fondo credo che si possa anche non fare.

Non riesco a dormire, non ho la concentrazione sufficiente per leggere né un modo efficace di concretizzare quello che mi viene in mente di poter fare, allora prendo appunti e prometto di farlo. La mia casa è ordinata,le vostre camere? Io scelgo di pensare perché PENSARE LO RITENGO UN DOVERE. Penso che siamo incapaci di vivere privati delle nostre abitudini; questo virus non è la prof rincoglionita che sberleffi alle spalle tanto non se ne accorge.QUESTO VIRUS È COME UNA CAGATA SOTTO LA NEVE e ci arrivate da soli che a saltar fuori ci mette un tempo relativamente breve. Lottate per un canale Rai che faccia lezione a rotazione … e non pretendo la trigonometria… magari moderni quark di educazione civica.

“E che palle per una volta che la scuola chiude!!!”INVENTATELA voi una scuola nuova,tre ore, poi il resto della giornata vi grattate,a casa. Cacciatemi un app,nuove materie…

datevi una mossa,dateci uno smacco!FUORI LE PALLE!

Leggi Giovane

Marasma

In questo incontrollato marasma, la frase più bella che ho letto è stata: “Quanto vorrei stare ad un metro da me“. Ed io ci voglio provare a stare un metro da me… un metro dalla paura di cadere, dalla frenesia del risolvere, dalla totale consapevolezza che possiamo solo aspettare. Senza dire niente e capire tutto, sorreggere questo pesante mondo come solo una donna, quando vuole, sa fare. E forse è solo ad un metro di distanza dal nostro cuore che possiamo guardare i suoi lividi asciugare. Le donne non trovano la forza, è la forza che trova loro. Una forza che ti trova quando tieni, forse allo stesso metro di distanza, unghie ed ammiccamenti, quando esci dalla convinzione che mostrare il culo sia l’inizio della tua svolta. E allora smettila di trattenere il fiato e di girarti per fissare il focus che credi sia difronte a te; voltati si, ma allontanati, anche solo di un metro cercando il focus dentro di te. La vita di una donna non è come molti vogliono farci credere,un esame da superare, è semplicemente una continua meta da spostare e da raggiungere, anche solo un metro alla volta. Non provate mai ad essere donne, siatelo.❤️ #maqualefestadelledonne #ledonnesonounafesta

Marasma

Ventura dove vai?

Una fra le prime cose che abbiamo guardato insieme penso sia stata quella nuvola sospesa.

Lo spazio era definito ma non troppo, delle pareti e un pavimento, ma quella nuvola era lì, bianca , morbida e sospesa, pronta a decontestualizzare quello spazio come pure la nostra immaginazione.

Poco importa se quell’immagine venne scelta da te o da qualcuno del tuo staff, certo è che quella nuvola me l’hai saputa raccontare, su quella nuvola ci siamo saliti insieme e ripeto, era una nuvola decisamente morbida.

In quel momento stava lì ma il tuo sorriso mi spiegava che sarebbe anche potuta essere o essere stata da un altra parte, un minuto dopo così come un attimo prima.

Quella nuvola come elemento o come idea, sarebbe anche potuto essere altro, qualcosa con un nesso oppure no, qualcosa che avrebbe accompagnato un soggetto come pure salutato, lasciando qualcosa o niente ma stimolando senza dubbio la nostra immaginazione.

Ed è proprio lei, la nostra immaginazione che ha sempre camminato fianco a fianco, la mia accanto alla tua, sulla stessa strada a volte, lontanissimo L una dall altra altre ma senza mai fermarsi. Questo è quello che hai saputo vivere insieme a me: l’idea di un “SEMPRE”, comunque e dovunque.

Un continuo movimento fatto di successi, traguardi incertezze e ripensamenti ma mai, giuro, mai uguale.

È così che mi davi modo di sdraiarmi comoda comoda con la sola voglia di tenere in mano quel telefono da cui arrivavano parole, tante parole, belle ed incoraggianti, folli ma che sempre si realizzavano.

È così che spingevi la bicicletta tenendo le mani serrate al manubrio con il collo torto verso di me e gli occhi divertiti e attenti.

È così che abbracciavi quella strepitosa Hasselblad, quasi come si regge una piccola creatura da proteggere: con una mano sotto la testa ed una di fianco.

È senza mai fermarti che hai affrontato tutti i cambiamenti, quelli belli e quelli che hai accettato mandandoli a fanculo senza incertezze… hai fatto spazio anche a loro e li hai scavalcati.

Facevi spazio a tutto e a tutti grazie alla tua generosità, selettiva ma immensa.

Capivi, sempre… e quando non capivi, studiavi.

Guardavi con i tuoi occhi ma sapevi rubare anche gli occhi degli altri guadagnandoti senza indebita appropriazione di una nuova prospettiva.

E proteggevi tanto, quello che ti stava a cuore ma anche quello che ragionevolmente era giusto, combattevi con una pazienza a scadenza breve che non ti ha mai fatto arrendere prima del dovuto ma semmai raggiungere la meta in tempi brevi.

Poi c era il tuo spirito critico, preciso puntuale e gentilmente disarmante.

E poi?… e poi:”Wannina”… quando era meglio non andare avanti, mi stringevi abbracciandomi con un braccio solo, mi grattavi la testa e sghignazzavi simpaticamente ripetendo il diminutivo vezzeggiante del mio nome.

Ed in quell “ina…ina “ mi sentivo piccola piccola ma non mi dispiaceva perché essere piccola piccola mi permetteva di assicurarmi sempre un piccolo posto nel tuo cuore… un posto simile a quello che nel mio di cuore era palesemente di maggiore ampiezza e per il quale mi dicevi che ero esagerata e che per te ne sarebbe bastato molto meno… ma su questo punto non te l’ho mai data vinta… eh no Ventura, su questo non hai vinto tu!

La tua grandezza ha sempre avuto bisogno di uno spazio grande, nel mio cuore… e ora non ti incazzare… ma anche nella mia testa… e che nessuno commetta l’errore di pensare che andando via (e vorrei che qualcuno mi dicesse almeno dove vai!) tu possa lasciare un enorme vuoto.

Non è così Ventura, non sento il vuoto.

Stai andando via… ma dove vai Ventura?!… Fa stramaledettamente male il pieno che mi stai lasciando… fa male sapere che mi hai dato tanto… fa male sapere che la fortuna di averti avuto nella mia vita è stata immensa.

Fa male il tuo essere straordinario… perché non lo sei stato. Lo sei…

…e fa male mettersi in attesa di riabbracciarti ancora.

Ventura, fai il bravo.

Ventura dove vai?

Ventura dove vai?

Una fra le prime cose che abbiamo guardato insieme penso sia stata quella nuvola sospesa.

Lo spazio era definito ma non troppo, delle pareti e un pavimento, ma quella nuvola era lì, bianca , morbida e sospesa, pronta a decontestualizzare quello spazio come pure la nostra immaginazione.

Poco importa se quell’immagine venne scelta da te o da qualcuno del tuo staff, certo è che quella nuvola me l’hai saputa raccontare, su quella nuvola ci siamo saliti insieme e ripeto, era una nuvola decisamente morbida.

In quel momento stava lì ma il tuo sorriso mi spiegava che sarebbe anche potuta essere o essere stata da un altra parte, un minuto dopo così come un attimo prima.

Quella nuvola come elemento o come idea, sarebbe anche potuto essere altro, qualcosa con un nesso oppure no, qualcosa che avrebbe accompagnato un soggetto come pure salutato, lasciando qualcosa o niente ma stimolando senza dubbio la nostra immaginazione.

Ed è proprio lei, la nostra immaginazione che ha sempre camminato fianco a fianco, la mia accanto alla tua, sulla stessa strada a volte, lontanissimo L una dall altra altre ma senza mai fermarsi. Questo è quello che hai saputo vivere insieme a me: l’idea di un “SEMPRE”, comunque e dovunque.

Un continuo movimento fatto di successi, traguardi incertezze e ripensamenti ma mai, giuro, mai uguale.

È così che mi davi modo di sdraiarmi comoda comoda con la sola voglia di tenere in mano quel telefono da cui arrivavano parole, tante parole, belle ed incoraggianti, folli ma che sempre si realizzavano.

È così che spingevi la bicicletta tenendo le mani serrate al manubrio con il collo torto verso di me e gli occhi divertiti e attenti.

È così che abbracciavi quella strepitosa Hasselblad, quasi come si regge una piccola creatura da proteggere: con una mano sotto la testa ed una di fianco.

È senza mai fermarti che hai affrontato tutti i cambiamenti, quelli belli e quelli che hai accettato mandandoli a fanculo senza incertezze… hai fatto spazio anche a loro e li hai scavalcati.

Facevi spazio a tutto e a tutti grazie alla tua generosità, selettiva ma immensa.

Capivi, sempre… e quando non capivi, studiavi.

Guardavi con i tuoi occhi ma sapevi rubare anche gli occhi degli altri guadagnandoti senza indebita appropriazione di una nuova prospettiva.

E proteggevi tanto, quello che ti stava a cuore ma anche quello che ragionevolmente era giusto, combattevi con una pazienza a scadenza breve che non ti ha mai fatto arrendere prima del dovuto ma semmai raggiungere la meta in tempi brevi.

Poi c era il tuo spirito critico, preciso puntuale e gentilmente disarmante.

E poi?… e poi:”Wannina”… quando era meglio non andare avanti, mi stringevi abbracciandomi con un braccio solo, mi grattavi la testa e sghignazzavi simpaticamente ripetendo il diminutivo vezzeggiante del mio nome.

Ed in quell “ina…ina “ mi sentivo piccola piccola ma non mi dispiaceva perché essere piccola piccola mi permetteva di assicurarmi sempre un piccolo posto nel tuo cuore… un posto simile a quello che nel mio di cuore era palesemente di maggiore ampiezza e per il quale mi dicevi che ero esagerata e che per te ne sarebbe bastato molto meno… ma su questo punto non te l’ho mai data vinta… eh no Ventura, su questo non hai vinto tu!

La tua grandezza ha sempre avuto bisogno di uno spazio grande, nel mio cuore… e ora non ti incazzare… ma anche nella mia testa… e che nessuno commetta l’errore di pensare che andando via (e vorrei che qualcuno mi dicesse almeno dove vai!) tu possa lasciare un enorme vuoto.

Non è così Ventura, non sento il vuoto.

Stai andando via… ma dove vai Ventura?!… Fa stramaledettamente male il pieno che mi stai lasciando… fa male sapere che mi hai dato tanto… fa male sapere che la fortuna di averti avuto nella mia vita è stata immensa.

Fa male il tuo essere straordinario… perché non lo sei stato. Lo sei…

…e fa male mettersi in attesa di riabbracciarti ancora.

Ventura, fai il bravo.

Ventura dove vai?

Sono una rompiscatole.

Qui, c’è aria diversa, accenti qua e la…

così come a volte, l’aria non c’è  ed il silenzio, nonostante i colori, è assordante.

Può esserci poca luce  ma può anche succedere di vedere sovraesposizioni di figure e stati d’animo.

Lo chiamano linguaggio delle immagini.

In realtà, è solo l’illusione di saperci parlare con le immagini.

E le parole? Non interessano più a nessuno…

Siamo incerti, spaesati, stranieri di fonemi e locuzioni, ignari di forme verbali e pensieri strutturati.

Siamo come bambini davanti  ad un regalo: lo guardiamo con stupore, ansia, eccitazione, cercando nei dintorni qualcuno disposto a strappare la carta per noi.

Ma di fronte alle immagini siamo soli e ciò che spaventa è che da soli non ci proviamo nemmeno a scartarlo questo regalo.

Abbiamo imparato ad accontentarci della scatola, a   preoccuparci di dove metterla, di dove tenerla, al massimo di dire se ci piace oppure no.

Ma l’errore più grosso con un regalo è lasciarlo li, guardarlo e basta senza aprirlo mai…

Significa che la paura ha vinto: lei sul gradino più alto del podio e noi tutti sotto a bocca spalancata,  senza sapere come abbia fatto.

Eppure  io mi sento addosso la curiosità di slegate il fiocco, strappare la carta, scoperchiare la scatola e frugare all’interno…

Ancora prima di tutto questo,  ho voglia di prendere la scatola tra le mani, sentire quanto pesa, muoverla per capire le dimensioni del contenuto, annusarla , entrarci dentro con la curiosità e la fantasia.

Ma quando sono iniziati ad arrivare questi regali che non si aprono?

Alcuni dicono “convintamente” che non possiamo tornare indietro…

Se poi ad un certo punto guardare non ci basta più?

Se le scatole “guardare e non toccare” non ci interessano più?!

…e pensare che tutti ormai regalano decine di scatole a settimana…

Smettere? Impossibile… Con che cosa ce la facciamo poi la guerra dei cuori-fake?

E se invece cominciassimo davvero a scoperchiarle queste scatole?

Forse troppo spesso ci siamo dimenticati di allegare un biglietto a queste scatole?!

Stanno mancando le parole e fammi la cortesia di non credere che vada bene lo stesso!

Te lo sei dimenticato quando hai avuto paura del buio?

Non è stata la presenza di qualcuno a rassicurarti, ma le parole che all’orecchio ti hanno detto: “Sono qui”.

 

Se qualcuno ti rende felice, devi dirglielo.

Se qualcosa di buono c’è, devi rischiare.

Se hai qualcosa da dire, dillo sempre.

Cerca sempre il sorriso ma non sorridere per finta.

Se vuoi piangere, fallo.

Le lacrime hanno la stessa dignità dei sorrisi.

Mi scatto una Polaroid.

Non ho filtri… non importa.

Sono una rompiscatole io.

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Sono una rompiscatole.

le nuvole sono fatte di zucchero

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Sei in ritardo e lo sai, al caffè non ci rinunci, giri scalza per casa col telefono già in una mano e la caffettiera che è da sciacquare nell’altra… poggi il telefono e sviti la caffettiera, il telefono fa “tin”. Allora posi la caffettiera, apri il messaggio e ti scappa da ridere,rispondi al messaggio e riappoggi il telefono, riprendi la caffettiera, finisci di svitarla e la svuoti e via sotto l’acqua, “ritintinna” il telefono, riposi la caffettiera, ti asciughi le mani, riapri la schermata dei messaggi… e siamo a quota due sorrisi, ma ora devo decidere cosa voglio: se sorridere intervallando le mie azioni o se voglio il caffè. Entrambe le cose sembrano irrinunciabili. Quindi? L’unica soluzione possibile è fare una cosa con una mano e l’altra con la seconda.

La destra ha aperto il terzo messaggio della giornata e la sinistra sta passando il filtro della caffettiera sotto l’acqua…

La destra scorre quasi tutte le faccine della tastiera perché deve trovare lo scoiattolo e perché sa che  lo scoiattolo fra gli animali ci deve essere… la sinistra è passata alla parte alta della moka, gira rigira e sciacqua bacchettando le dita ripetutamente con il coperchio che più lo butti in fuori e più si richiude. La destra lo scoiattolo l’ha trovato e l’ha pure inviato innescando tanti piccoli sorrisi gialli… ma quello che conta di più sono le parole e non i simboli… allora iniziano le note vocali e dalle frasi alle canzoni è un attimo… Converrebbe chiamarsi…ma…questa è un’altra storia.

La sinistra intanto ha versato l’acqua nella moka senza troppi schizzi, posizionato il filtro e messo la polvere di caffè un pò a casaccio…la destra continua a scrivere concedendosi solo l’evasione di spezzare un biscotto,  di far entrare una matita in un groviglio di capelli indistricabile e di avvitare la caffettiera. La destra riprende a scrivere e la sinistra, sciolta come non mai, piglia la tazzina, la poggia sul tavolo, piglia il piattino, lo poggia sul tavolo e ripiglia la tazzina per poggiarla sul piattino… prende un tovagliolino di carta e lo piega leziosamente meglio di come lo trovi al ristorante cinese e lo infila a mo’ di fiore fra il piattino ed il tavolo.

Il gas è acceso e la moka è sul fuoco anche se non ti ricordi né come né quando ce l’hai messa. Farfugli un altro pò e la moka gorgoglia. Ci siamo.

(Il bello della moka é che puoi prenderla senza usare una delle cose più brutte del mondo e con un nome ridicolo: la presina.)

Ti versi il caffè e sai che stai per combinare due delle migliori cose della tua giornata, la sublime bevanda nera e il tuo sorriso.

Fermi un attimo, niente dieta, quindi zucchero.

E dalla zuccheriera ribaltabile lasci scendere una scivolata di magica granella bianca.

Raddrizzi la zuccheriera ma lo fai con un’occhio sul display del cellulare dove la foto più buffa del mattino fa la sua irruzione… ridi, la zuccheriera si apre, la rotazione che le hai fatto fare ha troppa forza, quasi tutti i magici granellini bianchi volano in aria e ridendo pensi  che le nuvole sono fatte di zucchero.

 

 

 

le nuvole sono fatte di zucchero

Io sono la Pupetta con le scarpe basse.

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Il punto è che quando nasci in uno dei giorni più stravaganti dell’anno, all’ora di pranzo e di sicuro sotto una buona stella, senza piangere e senza dottori intorno, 2 kili ed 800 grammi il primo giorno e lieviti già dopo quarantotto ore.

Quando  di spigoloso non hai assolutamente niente, le tue guance sono tonde, gli occhiali appariscenti,non cammini ma fai le giravolte, giochi con la carta e lavori con le idee, hai la casa piena di libri, ami la musica e la suoni, ami i bambini e ce li devi sempre avere intorno, ti preoccupi dei vecchi e fai in modo di averli sempre  accanto.

Quando conosci migliaia di posti diversi al mondo, parli tre lingue di cui una del cuore, sorridi,canti,telefoni,mangi,disegni,tagli,cuci…

…monti,sposti,leggi,carichi,scarichi,provi, riprovi, guidi,guardi,aspetti,rincasi,rileggi,ritelefoni,rimangi e…  dormi troppo poco.

Quando giochi,dipingi,inventi,scrivi,suoni,balli,reciti ed immagini, quando il cervello ti funziona e  alla domanda:”sogno o son desto” la risposta è sempre:”sogno”.

Quando riconosci di essere una perfezionista confusionaria ed una meticolosa ma non su tutto.

Quando fai quello che ti piace e ti accorgi che spesso piace ed eviti ciò che non ti piace e questo ti piace…allora una mezza idea già ce l’hai…

Quando non eviti il dolore perché non è fra le cose che ti spaventano ed eserciti una pazienza che non è mai abbastanza… se sciogli i capelli e poi li rileghi, se indossi solo stracci neri, fotografi molto perché due  occhi non ti bastano, fai le  torte e con il burro perché le cose che fanno male sono altre… adori le palle e tutto quello che è sferico, è tondo e gira…

Quando tutto questo fantasticamente fa di te ciò che sei…

…mi spiegate perché dovrei salire su un tacco dodici?

Io sono La Pupetta con le scarpe basse.

 

Io sono la Pupetta con le scarpe basse.